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Ivan Basso Daily Blog

Ivan Basso : "La salute è la cosa più importante"

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Testo di Joan Seguidor, blog di Gobik
 
Un mese fa, solo un mese fa, è iniziato. Oggi la realtà è travolgente, Ivan Basso ricorda come è nato il primo caso e cosa è successo dopo. "In Italia abbiamo avuto i primi problemi tra il 21 e il 22 febbraio. C'è stata un'infezione da coronavirus, è nata qualche preoccupazione, ma è passata il giorno dopo. Non era ancora il grande spavento", inizia a spiegarci. E da lì una storia che tutti conosciamo, una storia di angoscia e cifre che hanno preso forma negli ospedali crollati in tutta la Lombardia e in particolare nella regione di Bergamo, la bellissima e storica città che tante volte abbiamo ammirato nella "classica delle foglie morte."
 
Ivan Basso trascorre questi giorni nella sua casa di Varese, a trenta chilometri da Milano. È un lombardo, la sua regione è la più colpita da questa sventura chiamata coronavirus.  %uFFFC"È una situazione complessa - ammette - molto complicata, dobbiamo tornare 46 anni fa, dopo la seconda guerra mondiale, per ricordare tanta sfortuna. Gli infetti non smettono di crescere e gli ospedali sono sovraccarichi da giorni". 
 
Lui e la sua famiglia sono chiusi in casa da tre settimane. "Usciamo uno ad uno, solo per la farmacia e il supermercato, nient'altro", dice. "Non so, è una prova, una situazione che ci mette in difficoltà. Ci fa apprezzare ciò che abbiamo, che non è poco, e amare il nostro personale sanitario che è in prima linea. È una prova per il paese". E non è semplice "perché tutti noi possiamo diffonderla, è una malattia spesso asintomatica. Ecco perché è così importante rimanere a casa, essere confinati e rispettare le regole delle autorità". 
 
Ivan passa questi giorni, come lo abbiamo detto, a casa con la famiglia, la moglie e i quattro figli. In quella casa ci sono tutti i tipi di realtà, dall'adolescente di 17 anni al bimbo di cinque anni: "Ognuno con i suoi problemi e le sue preoccupazioni, ma andiamo d'accordo. Tutti sono consapevoli di quanto sia eccezionale il momento". Un'eccezionalità che lascerà il posto a un nuovo paesaggio, una normalità 2.0: "Questo è un cambiamento nelle abitudini, nelle priorità e nell'economia. Da qui ci saranno negozi che non saranno in grado di riaprire, altri sì. Anche il virus sarà economico, ma una cosa è chiara: dovremo aiutare di più il nostro sistema sanitario ”.
 
 
"Le mie giornate sono interamente trascorse a casa. Cerco di fare un'ora o un'ora e mezza di rulli al giorno e mi diverto con i miei figli. Inoltre, abbiamo la squadra con Alberto e Fran (Contador) con ventidue persone e le loro famiglie. Per noi le persone vengono prima di tutto, prima dello sport, e noi dobbiamo rispondere per loro". %uFFFC
 
"Il nostro messaggio è un messaggio di difficoltà, di una regione che sta attraversando un periodo molto difficile, che sta lottando per risolvere un problema molto importante. Vogliamo trasferire la nostra esperienza in questo momento, perché crediamo che possano essere molto utili ad altre persone", ha detto Ivan.
 
È strano, qualche tempo fa Ivan ha visto il documentario di Bill Gates sull'incidenza di un virus nell'economia e nella nostra vita: "È una grande lezione, la salute è la cosa più importante e dobbiamo essere felici perché la famiglia sta bene. Tutto cambierà molto, tra l'altro, il rapporto tra i paesi. In Italia non potremo mai dimenticare quelli che ci stanno aiutando in questo momento", ha detto, riferendosi, tra l'altro, ai medici cubani venuti nel paese transalpino poco fa. Ed è una situazione condivisa perché "qui si parla molto della Spagna, siamo molto preoccupati per voi".
 
Ma lasciamo correre la nostra immaginazione e andiamo in quei luoghi che sono santuari del ciclismo e che sono in Lombardia: i laghi di Como e Maggiore, il passo del Ghisallo e un luogo molto speciale per Ivan Basso, il "Campo dei Fiori di Varese", il luogo più speciale per l'ambasciatore mondiale del Gobik. %uFFFC
 
E non dimenticare, quando questa tragedia passerà, il Duomo di Milano, la moda, la Città Alta di Bergamo... ci aspettano.
 
 
 
 
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01/04/2020
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Martedì 17, ore 19: tutti a pedalare, via web, con Ivan Basso

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Articolo di Claudio Ghisalberti, Gazzetta.it

 

 

In giardino, in salotto, in cantina, sotto il portico, sul balcone... dove volete. Bastano un paio di rulli interattivi, uno connessione internet e un’app, Zwift Companion, poi il gioco è fatto. Ed è gratuito. Martedì 17 marzo, alle ore 19, si potrà pedalare in compagnia di Ivan Basso, il re del Giro 2006 e 2010.

 

 

"Sarà un percorso virtuale di 28 chilometri studiato con Garmin Italia - spiega il campione varesino -. Non sarà quindi un tratto di strada vero, ma immaginario. Un percorso per la maggior parte piatto, con qualche saliscendi. Ce la potete fare tutti, vi basta un minimo di allenamento. Poi non è una gara e chi si stacca... non succede nulla. Siamo tutti lì".

 

Basso poi parla della sua esperienza sui rulli e il ciclismo virtuale: "Da corridore usavo un cicloergometro della Srm. Mi costava un botto per l’affitto annuo. Poi non c’era l’interattività come ora. I sistemi attuali, tra rulli e app, sono molto più divertenti. A me piacciono moltissimo, poi se non ho molto tempo per allenarmi sono perfetti". Pedalare su strada è un’altra cosa, ha un fascino unico. Però anche qui la realtà è rispettata. "Domenica ho fatto lo Stelvio con mio figlio Santiago (ha 13 anni e corre, ndr). Pedalando mi tornava alla mente tutto, persino la cantoniera...".

 

 

 

 

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16/03/2020
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Ivan Basso vuole sempre vincere

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Sito ufficiale Gobik

 

 

Varese, circondata tre laghi, come Maggiore e Varese, è una terra verde, una terra di ciclismo. Vicino a tutto, lontano da nulla, tra la Svizzera e Italia, Milano in vista, le Alpi. Ivan Basso è nato e cresciuto lì: "Il ciclismo ha sempre fatto parte della mia vita". Gli hanno parlato fin dall'inizio di Alfredo Binda, il primo grande del XIX secolo, ha conosciuto Claudio Chiapucci, è cresciuto con lui, le sue imprese, in Francia, in Italia.

 

Da bambino suo padre lo portò al Vigorelli, il mitico velodromo milanese. Quel giorno Francesco Moser era sulla pista perché correva contro il record dell'ora. "Quel giorno capii che il ciclismo sarebbe la mia vita. Ho assistito a quell'impresa in prima persona, ricordo tutto come se fosse ieri, ma soprattutto il rumore delle ruote". Un rumore ciclico, ritmico, ipnotico. Un ronzio sostenuto dall'effimero del momento, una specie di battito assordante che gli è rimasto impresso nella memoria, come quel pomeriggio nell'arena di Verona, in mezzo alla folla che proclamava Francesco vincitore del Giro d’Italia.

 

Quel finale ebbe luogo nel 1984, un'edizione segnata dall'aspra rivalità con Laurent Fignon, una rivalità che alimentò leggende, storie e ogni sorta di sospetti. Ivan era lì. "È stato come andare alla finale della Champions League". Francesco Moser è nell’albo d’oro del Giro, come Ivan Basso, doppio vincitore. 26 anni dopo il successo del gigante di Giovo, il varesino ha vissuto il suo miglior momento di sempre: superare in rosa l'arco di accesso all'Arena di Verona, attraversare la passerella e festeggiare con i suoi due figli il secondo Giro d’Italia.

 

UNA LEGGENDA DEL CICLISMO ITALIANO

 

Ivan Basso, due Giri, miglior giovane del Tour, decine di vittorie... è una leggenda in Italia: "Amiamo le icone, i ricordi che si perpetuano nel tempo. Oggi corridori come Pantani e Coppi sono più vivi che mai. Gli sportivi sono sacri e la gente ama chi porta alto il nome dell’Italia". Un gene da campione che non ti lascia mai, ti accompagna sempre. "Se il ciclismo mi ha insegnato una cosa, è di essere ambizioso, di voler sempre vincere. È strano ma la pressione - continua - che mi ha sempre accompagnato nella competizione, mi manca, anche se sembra paradossale. La mia vita è cambiata quando ho vinto la Coppa del Mondo - Valkneburg 1998 - e da allora sono stati tutti attenti a ciò che ero o non ero in grado di fare”.

 

Oggi Ivan Basso lavora al fianco di Alberto Contador con il progetto della Kometa-Xstra Cycling Team, un modo per "restituire al ciclismo quello che ci ha dato". E cosa ha dato il ciclismo a Ivan Basso? "Sono la persona che sono grazie al ciclismo, approfitto di quello che mi ha dato ogni giorno, cercando sempre di vincere, dando sempre il massimo".

 

L'AMBASCIATORE MONDIALE DI GOBIK

 

Questo anticonformismo lo prolunga con Gobik. Ivan è il nuovo ambasciatore mondiale del marchio, insieme ad Alberto Contador e Julien Absalon. "Conosco Gobik grazie ad Alberto. Mi ha parlato dei suoi vestiti e mi ha presentato alle persone dell’azienda, la sintonia è venuta subito. È quello che cerco, un marchio vincente" dice Ivan Basso che aggiunge che "vogliono essere conosciuti in Italia e io ci sarò, perché la scommessa vale la pena, è come dico da vincitore, senza margine di errore. Conosco i proprietari e sono i primi a rimboccarsi le maniche, a stare qui, lì, a tutti gli eventi".

 

E conclude: "Essere ambasciatore di Gobik è un grande onore, sicuramente avevano altre opzioni, ma mi hanno scelto, è come se mi avessero dato la chiave della loro casa in un mercato importante come quello italiano". Un mercato non facile, ma "non lo è nemmeno vincere il Giro d'Italia. Partiamo senza paura, con molte idee e rispettando i nostri avversari".

 

Inizia un nuovo ciclo, una fase in cui ritorna quella pressione che gli manca tanto, quella benzina di cui ha bisogno e che "deve essere gestita con naturalezza" perché sente di essere nella squadra vincente.

 

 

 

 

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10/03/2020
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Trofeo Porec : Grande lavoro di squadra, 29° posto per Alejandro Ropero

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Dopo il Trofeo Umag mercoledì, i corridori della Kometa-Xstra erano di nuovo in sella questa domenica, sempre in Croazia, per la 31° edizione del Trofeo Poreč. Una giornata gestita dalle squadre dei velocisti e come a Umag, a vincere è stato Olay Kooij (Jumbo-Visma Development Team). Sul podio con l’olandese : Gasper Katrasnik (Adria Mobil) e Tilen Finkst (Ljubjana Gusto Santic), rispettivamente 2° e 3°. 

 

Il primo Kometa è Alejandro Ropero, 29° a 4s : "Il lavoro delle squadra è stato favoloso, ma non ho avuto le gambe migliori e non sono riuscito a tenere il passo. Negli ultimi 500 metri, eravamo davanti, intorno alla decima posizione. Ma sono arrivato morto, senza energia. È stato un peccato, ancor più per il grande lavoro che la squadra ha fatto : tutto il giorno è stata attenta alla gara. In questo senso è stata una giornata perfetta. La cosa brutta è stata il risultato. Stiamo ancora imparando e sono sicuro che faremo ancora meglio nella gara primaverile istriana".

 

 

- Classifica : 

 

1. KOOIJ Olay (Jumbo-Visma Development Team) 3:28:32

2. KATRASNIK Gasper (Adria Mobil) 

3. FINKST Tilen (Ljubjana Gusto Santic)

4. SOTO Nelson Andrés (Colombia Tierra de Atletas)

5. BAJC Andi (Team Felbermayr - Simplon Wel)

29. ROPERO Alejandro (Kometa-Xstra) a 04s

76. FETTER Erik (Kometa-Xstra) a 04s

98. PUPPIO Antonio (Kometa-Xstra) a 40s

123. VERZA Riccardo (Kometa-Xstra) a 57s

126. SEVILLA Diego Pablo (Kometa-Xstra) a 1:09

157. GARAVAGLIA Giacomo (Kometa-Xstra) a 2:20

 

 

 

 

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08/03/2020
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Trofeo Umag : Antonio Puppio 31° e miglior Kometa

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Questo mercoledì si disputava in Croazia la 8° edizione del Trofeo Umag. Un percorso di 154 km che ha sorriso Olay Kooij. L’olandese della Jumbo-Visma Development Team ha vinto la volata finale, battendo Marko Kump (Adria Mobll) e Niklas Märkl (Development Team Sunweb).

 

Per la Kometa, il miglior posto è per Antonio Puppio, 31° a 14s. Alejandro Ropero spiega : "Abbiamo controllato la gara in vista di un possibile arrivo in volata con Giacomo e abbiamo anche cercato di giocare con il vento a due giri dalla fine, ma quel movimento non si è cristallizzato. Anche il finale è stato complicato perché è stato proprio dopo una discesa. È un giorno da cui impariamo e ora pensiamo già alla gara di domenica".

 

 

- Classifica : 

 

1. KOOIJ Olay (Jumbo-Visma Development Team) 3:33:32

2. KUMP Marko (Adria Mobil)

3. MÄRKL Niklas (Development Team Sunweb)

4. BANUSCH Richard (LKT Team Brandenburg)

5. BENFATTO Marco (Bardiani-CSF-Falzanè)

31. PUPPIO Antonio (Kometa-Xstra) a 14s

68. GARAVAGLIA Giacomo (Kometa-Xstra) a 14s

88. VERZA Riccardo (Kometa-Xstra) a 14s

113. SEVILLA Diego Pablo (Kometa-Xstra) a 49s

114. ROPERO Alejandro (Kometa-Xstra) a 49s

 

 

 

 

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04/03/2020
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Presentazione del trittico croato : Umag, Pore?, Istrian

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Sito ufficiale Kometa-Xstra Cycling Team
 
 
Bagnata dalle acque dell'Adriatico, l'idilliaca penisola istriana è, dal punto di vista geografico, la grande protagonista delle prossime due settimane di gare della Kometa-Xstra Cycling Team. La formazione continentale della Fondazione Alberto Contador ritorna in alcuni ambienti già scoperti la scorsa stagione con un trittico di gare croate. Due corse di un giorno e un giro a tappe che propone un paio di arrivi in salita e dove non manca una piccola prova a cronometro sono il menù di un periodo di gare per il quale sono stati chiamati l'ungherese Erik Fetter, gli spagnoli Alejandro Ropero e Diego Pablo Sevilla e gli italiani Giacomo Garavaglia, Antonio Puppio e Riccardo Verza. Si tratta di un nuovo evento in cui gareggeranno direttamente con squadre della stessa categoria, senza World Tour e con un massimo di due squadre continentali pro.
 
Il "trittico croato" è indirettamente toccato della comparsa di una serie di casi di coronavirus che, alla luce delle politiche sanitarie attuate dalle autorità italiane e croate, hanno sollevato alcuni interrogativi sulla mobilità e sulla logistica. "Qui dove vivo non ci sono misure preventive, dato che il caso più vicino a casa nostra è a circa 70 chilometri di distanza e le zone dove di solito mi alleno sono ancora più lontane, dato che di solito vado in montagna. Più che del virus in sé, la preoccupazione riguarda il possibile blocco sia all'interno che all'esterno dell'Italia, i dubbi sulla possibilità di lasciare il Paese. Non possiamo ignorare che si tratta di un problema serio, certo, ma non dobbiamo cedere al panico: bisogna seguire alcune semplici regole per proteggere se stessi e gli altri", dice Giacomo Garavaglia quando gli viene chiesto degli eventi degli ultimi giorni.
 
Due dei sei corridori presenti quest'anno, Diego Pablo Sevilla e Antonio Puppio, hanno disputato l'edizione 2019. Il madrileno si ricorda di un anno fa e spiega perfettamente la tipologia delle gare contro cui gareggeranno: "Le due classiche saranno disputate in circuito. I percorsi sono buoni, alcune strade sono strette, ma gli arrivi si fanno su strade buone e larghe. Entrambi sono giorni in cui si può davvero finire in volata, ma ci sono anche possibilità di fughe. Alla fine è una gara dove è più complesso cogliere la buona fuga dalla partenza e anche il controllo della gara è più difficile. La gara primaverile istriana ha un prologo e due arrivi in salita. In generale, queste sono date in cui possiamo fare bene".
 
L'ungherese Erik Fetter non vede l'ora di fare il viaggio in Croazia. "Penso che queste gare ci offrano davvero delle ottime opportunità per dimostrare la nostra forza e per poter ottenere dei buoni risultati. Personalmente non vedo l'ora, soprattutto perché il mio debutto con la squadra non è stato come mi aspettavo a causa di una serie di problemi, ma credo di essere in buona forma ed è il momento di dimostrarlo. Anche Giacomo Garavaglia è molto fiducioso: "Dobbiamo continuare con tutto quello che la squadra ha fatto ad Antalya", dice.
 
 
 
 
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02/03/2020
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Kometa-Xstra : Ivan e Alberto, un progetto per crescere ancora

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Intervista di Nicolò Vallone, Tuttobici febbraio 2020

 

 

Due colleghi, due campioni, due amici. Due hermanos, come si definiscono. Dopo aver pedalato insieme nel 2007 alla Discovery Chan­nel e nel 2015 alla Tinkoff, Ivan Basso e Alberto Contador ora condividono sogni e progetti: dal 2018 sono, rispettivamente, sport manager e proprietario della Kometa-Xstra, formazione Continental che appartiene alla Fondazione Contador (in quell’anno la squadra nacque come Polartec-Ko­me­ta; nel 2019 ha acquisito l’attuale denominazione). Gestita da Fran, fratello maggiore del Pistolero, la Fon­dazione ha preso vita 10 anni fa per diffondere la sana pratica ciclistica tra i ragazzi e finanziare la lotta all’ictus, ma­lattia che nel 2004 colpì proprio Alberto, all’epoca ventunenne. Come nelle migliori scalate, i fratelli Conta­dor hanno prima allestito una scuola di ciclismo, in seguito hanno aggiunto la formazione junior, poi l’under 23, infine la Continental. Con l’obiettivo di salire ancora più in alto, con costanza ma pensando sempre step-by-step, co­me i veri fuoriclasse insegnano.


Giunto al terzo anno nella terza categoria del circuito UCI, il team Kometa-Xstra (di licenza spagnola ma dall’anima italiana: oltre a Basso, nello staff tecnico è presente Dario Andriotto, nella compagine di sponsor c’è tanta Italia e, su dodici corridori, quattro sono nostri connazionali) è stato presentato ufficialmente per la stagione 2020 il 27 gennaio, in uno splendido resort a metà strada tra Valencia e Ali­cante. Nell’occasione, abbiamo avuto modo di scambiare una lunga chiacchierata con Basso e Contador. Una conversazione che, rimanendo nello spirito delle scalate, è partita dalle basi, dalla Kometa, entrando successivamente nel mondo dei World Tour, dei big e dei massimi sistemi del ciclismo attuale.
 
 

- Cosa chiedete alla squadra e alla stagione che sta per cominciare?

 

Ivan Basso: "Prima di tutto, di continuare a rispettare i valori della Fondazione Alberto Contador, che forma ragazzi a partire dai bambini di 6-7 anni. Anche nelle categorie più alte, coltiviamo ri­spetto, altruismo, impegno negli studi. Quante volte si sente dire “Quello ha molta testa ma poche gambe” oppure “Ha molte gambe ma po­ca testa”: noi cerchiamo di allenare il talento giorno dopo giorno".


Alberto Contador: "Consolidare la nostra reputazione a livello internazionale e farci apprezzare per la nostra filosofia. L’an­no scorso abbiamo lanciato quattro corridori nel World Tour: Michel Ries, Juan Pedro Lopez, Stefano Oldani e Carlos Rodriguez".

 

 

- Alberto, quest’anno hai lanciato la tua linea di biciclette (il nome del brand sarà svelato solo a marzo, ma le bici sono già utilizzate dalla squadra e saranno sul mercato tra maggio e giugno) ponendo fine alla partnership con la Trek. Perché questa scelta?


C: "Io e Ivan siamo persone a cui piacciono le sfide, e questa lo è. Fin da quando preparavamo le grandi corse, ne parlavamo: “Io cambierei questo, questo, questo…” e finalmente abbiamo preso la decisione: vogliamo che dei corridori che hanno vinto tanto come noi possano utilizzare la loro competenza e sensibilità per costruire delle bici destinate sia agli agonisti che alle altre persone, anziché lasciare che siano i vari brand a costruirle. Lavori tutto un anno per una gara, e puoi vincere o perdere per un secondo: chi ha corso grandi giri può conoscere i piccoli dettagli che fanno la differenza".


B: "Sì, anche se ci siamo ritirati dall’agonismo abbiamo mantenuto la voglia di fare nuove conquiste. I primi a sapere della nostra scelta sono stati i vertici della Trek, e loro ci hanno risposto “Buona fortuna, la porta qui per voi è sempre aperta”. E non erano frasi di circostanza".

 

 

- Non c’era anche un problema di regolamenti? Voi non potevate prender parte alle gare a cui partecipava anche la Trek Se­gafredo. Con questa scelta vi siete in un certo senso svincolati…


B: "Questa può essere una motivazione tecnica, ma in realtà prima era più co­modo per noi. Ora ci siamo messi in una situazione più difficile. Ma volevamo applicare anche in un altro campo la stessa voglia di emergere di quando eravamo corridori. E questo ci ha fatto guadagnare il rispetto di Trek: hanno visto che abbiamo lavorato con loro in modo serio e proficuo, e abbiamo mantenuto un certo feeling con loro".

 

 

- Tra i vostri corridori, chi può essere la grande rivelazione quest’anno?

 

C: "Mathias Larsen, il danese".


B: "Difficile fare nomi. Verrebbe da dire Alessandro Fancellu, ma la squadra ha un ottimo equilibrio. La vera sorpresa dell’anno sarebbe aumentare il numero di ragazzi pronti a fare il sal­to di categoria. E lo faremo attraverso un calendario importante. Certo, Larsen, Fancellu, Puppio hanno numeri da paura".

 

 

- Dal 2017, quando la ex Lampre è diventata emiratina, non ci sono squadre italiane nel World Tour. Da cosa dipende? C’è possibilità in futuro di rivederne?


B: "Come dice sempre Alberto, trovare degli sponsor è difficile come vincere i grandi giri… Ma allo stesso tempo, non è vero che non ci sono soldi. Ci vogliono tempo e credibilità per far vivere ai potenziali sponsor il proprio team. Bisogna far capire all’imprenditore cosa può fare la sua azienda grazie alla squadra, e viceversa. Io posso parlare per il nostro progetto: noi, e so­prat­tutto il general manager Fran Con­tador, stiamo lavorando in questa direzione, con la stessa determinazione che Alberto e io avevamo da ciclisti. E sono convinto che arriveremo dove vo­gliamo".

 

 

- Parlando di squadre più in generale, qual è quella che ammirate di più?

 

B: "La Jumbo Visma. Di anno in anno, una crescita incredibile. Dimostrano di avere le giuste idee per trovare i soldi e spenderli bene. Non sono piovuti dal cielo 25-30 milioni di euro: si sono guadagnati credibilità coi risultati, in un periodo, oltretutto, di “sudditanza psicologica” degli sponsor nei confronti di Sky e Ineos. Evidentemente loro hanno uno staff di persone competenti e affiatate. Quello che proviamo a replicare nel nostro piccolo alla Kome­ta Xstra: Alberto, io, Jesus Hernandez (fedelissimo gregario di Contador, di­rettore sportivo della Kometa, ndr) ci ca­piamo prima ancora di esserci parlati. Questo serve".


C: "Sono d’accordo, penso sia l’unica squadra che possa realmente lottare con Ineos".

 

 

- Dal vostro punto di vista di dirigenti di un team, cosa cambiereste nell’attuale sistema UCI?


C: "Gli sponsor hanno un’importanza enorme nell’economia di una squadra che ambisca a salire di livello, anche perché non sono previste remunerazioni per il trasferimento di un corridore. Tu lavori con un giovane tanti anni, poi arriva un team del World Tour che lo ingaggia, magari direttamente dalla tua formazione junior, e tu non puoi ac­campare nessun diritto. Bisognereb­be premiare chi forma e lancia i talenti".


B: "Far correre i ragazzi costa migliaia di euro all’anno, poi passano di categoria e tu non vedi un soldo. Così non funziona".

 

 

- Come vedete la situazione del movimento ita­liano (Ivan) e di quello spagnolo (Al­ber­to)?

 

B: "In Italia ci sono due rappresentanti principali: Nibali, che ancora alla sua età convince e calamita il pubblico, e Viviani, tra i migliori velocisti al mon­do. In generale, i risultati della Na­zionale italiana nei Mondiali degli ultimi 2-3 anni, sia a livello pro che dilettanti e giovanili, vedi il titolo iridato di Battistella, fanno ben sperare. Il c.t. Cassani, coi suoi stage e il suo lavoro, sta tenendo in salute il movimento".


C: "In Spagna c’è un cambio generazionale. Valverde è il nostro Nibali, è uno dei favoriti per le Olimpiadi di Tokyo, ma va per i 40 anni. Dietro di lui, ci so­no corridori buoni che però non si so­no confermati, come Landa. Altri possono ancora migliorare, penso a Mas e Soler della Movistar, e Cortina della Bah­rain. Ma sicuramente stiamo attraversando un momento difficile rispetto all’ultimo decennio".

 

 

- Abbiamo accennato alle prossime Olim­piadi. Ivan, riuscirà Viviani a difendere l’oro su pista nell’Omnium? Alberto, co­me vedi la corsa in linea?


B: "Viviani lo conosco bene, avendo passato quattro anni insieme alla Li­quigas. Ha davanti a lui annate importanti perché si è saputo costruire un entourage di fiducia, che rema nella sua stessa direzione. Ed è un professionista molto serio: cura tutti particolari, dal manubrio alle tacchette. Nelle gare in cui è chiamato a fare risultato non sbaglia…".


C: "Quella in linea sarà una gara bella, con tante salite. Come detto, Valverde è uno dei 3-4 favoriti. Andrà al Tour de France per preparare Tokyo. In­sieme a lui, Alaphilippe. Certo, dovranno guardarsi da gente che corre bene come Moscon o Van der Poel, ma i grandi favoriti sono lo spagnolo e il francese".

 

 

- Ecco, Alaphilippe. Vincitore di ben tre grandi classiche: il 2020 segnerà la sua de­finitiva consacrazione?


C: "Si è già consacrato. Gli appassionati si devono ancora riprendere dopo aver visto quello che lui ha fatto al Tour, come si è difeso in salita e come ha vinto la cronometro contro Thomas, nonostante sia teoricamente un corridore da corse più brevi. Incredibile!".


B: "Vincere crea consapevolezza e lui è ancora in fase di crescita. Quest’anno avrà ancora più chance".

 

 

- Passando a corridori che vengono da una stagione difficile, cosa pensate di Aru?

 

B: "Deve ritrovare il piacere di andare in bici e abbassare l’asticella. Non perché non abbia possibilità di riottenere determinati risultati, ma quando non sei più abituato accumuli insicurezza. Meglio allora porsi piccoli traguardi intermedi per tornare a vincere e riacquistare sicurezza, per provare a tornare sui livelli che gli competono".


C: "Deve recuperare non solo sul piano fisico, ma anche mentale. È un grintoso attaccante, mi piace. Quando va forte, va proprio fortissimo, è spettacolare".

 

 

- A proposito di recuperi, Froome è rientrato al Tour degli Emirati otto mesi dopo il grave infortunio…


C: "Tornerà come prima. Nelle avversità, quando la gente pensa che non saranno più gli stessi, i grandi campioni trovano le motivazioni per lavorare ancora più duro. Ed è completamente diverso ritornare a inizio stagione ri­spetto che ad annata in corso: tutti ri­partono da zero, e questo gli renderà più agevole la risalita al top".


B: "Dai grandi periodi d’assenza si può tornare ancor più forti di prima. Lo ab­biamo dimostrato anche Alberto e io".

 

 

- Da un ritorno eccellente a una “prima volta”. Sa­gan al Giro d’Italia: farò bene?


C: "Peter è carisma, è spettacolo. È una bella notizia per il Giro e per il ciclismo. E a lui il Giro piacerà, ha anche vis­suto in Italia: se lo conosco abbastanza, darà più spettacolo alla corsa rosa che al Tour de France".


B: "Sì, al Tour ha già vinto quello che doveva: la maglia verde, le tappe che po­teva portare a casa… Lì può solo ripetersi, quindi ha azzeccato la scelta di misurarsi col Giro. Ci sono quelle 8-10 tappe adatte a lui, con arrivo in vo­lata, di media difficoltà. Nei primi due giorni ha buone possibilità di mettersi la maglia rosa. E punterà alla maglia ciclamino".

 

 

- Se guardiamo ora al ranking UCI, in te­sta c’è Roglic. Quanto può confermarsi su questi livelli?


C: "È esploso tardi ma sta avendo un rendimento pazzesco. Allo scorso Giro c’è andato vicino ma non è riuscito a vincere, alla Vuelta invece sì. Sarà interessante vedere cosa succederà al Tour de France: dipenderà da chi la Jumbo-Visma sceglierà come leader tra lui e Dumoulin. Da qui a luglio hanno molte gare per decidere".

 

B: "Quello che mi colpisce dello sloveno è la convinzione nei propri mezzi. Nelle interviste lui dice “Il favorito so­no io” ma non con un’aria da bullo: si ve­de che ci crede veramente. E come Al­berto ben sa, il primo passo per vincere il Tour è pensare di poterlo effettivamente fare".

 

 

- A bruciapelo: i giovani più promettenti del circuito?


B: "Questo è il poker d’assi: Evene­poel, Van der Poel, Pogacar, Van Aert".

 

 

- Da corridori emergenti a movimenti emer­genti. Ultimamente abbiamo vissuto il boom del Sudamerica, con in testa Quin­tana, Uran, Bernal e Carapaz. A cosa è dovuto?


B: "I sudamericani che fecero da apripista, da Lucho Herrera in poi, nei loro Paesi hanno aperto scuole di ciclismo: è stato un passaggio fondamentale. Le caratteristiche di colombiani ed ecuadoriani sono essenzialmente due: il vi­vere in altura e un’eccezionale voglia di emergere. Mentre in Italia i ragazzi cercano di guadagnare soldi facendo il blogger o il rapper, da quelle parti han­no il fuoco dentro per cercare la scalata al World Tour".


C: "Da quelle parti il ciclismo si sta avvicinando ai livelli di popolarità del calcio: i ciclisti ormai sono tra gli sportivi più importanti. In Colombia, Ri­goberto Uran è come Valentino Rossi in Ita­lia: se lui dimentica una borsa in un taxi, per esempio, il tassista finisce sui giornali. Così si alimenta il circolo virtuoso. Sempre più giovani corridori ve­dono l’Europa nel proprio futuro, sempre più procuratori vanno lì a pe­scare talenti, e così via".

 

 

- E la Danimarca? Pedersen è campione del mondo, dietro a Roglic e Alaphilippe nel ranking UCI c’è Fuglsang, voi stessi alla Kometa avete puntato su Larsen…


C: "Federazione e scuole ciclismo lavorano molto bene insieme con i giovani. Ci sono moltissimi talenti danesi nella categoria Under 23. Sono convinto che nel giro di 2-3 anni sarà una delle nazioni di riferimento a livello mondiale".


B: "Questo sicuramente. Poi c’è un di­scorso fisiologico di cicli: anche l’Italia ha avuto una flessione e poi è tornata, la Francia ha avuto anni così così e sta tornando ora, in Spagna ci metteranno anni a rimpiazzare Val­ver­de, Purito Ro­driguez e Conta­dor…"

 

 

- La vostra squadra sta contribuendo notevolmente allo sviluppo del ciclismo ma­giaro: Kometa è un’azienda italo-ungherese (e un certo ruo­lo nella partenza del Giro da Budapest l’ha avuto) e nel roster avete Marton Di­na ed Erik Fetter. Ine­vitabile quindi parlare di Ungheria.


B: "Un movimento piccolo ma in salute. Peak e Valter hanno già fatto vedere buone cose negli stage con team di  World Tour. Tolti loro, i due di maggiori prospettive sono i nostri, che faranno molto bene".

 

 

- Il fatto che gli ungheresi tendano a iniziare con mountain bike e cross-country può essere una caratteristica vincente?


C: "Loro iniziano con mountain e cross perché nel loro Paese è più facile far così, ma non credo sia un fattore: l’80% dei ciclisti di alto livello hanno iniziato su strada".

 

 

- Alberto è uno dei sette corridori con la Tripla Corona. Chi sarà il prossimo?


C: "Bernal".

 

B: "Concordo. Anzi, è il prossimo che potrà fare l’accoppiata Giro-Tour nello stesso anno. Tra gli emergenti, è il più forte al mondo nelle corse a tappe".

 

 

- Infine, ci raccontate un aneddoto che vi unisce e sia significativo del vostro rapporto?


B: "Tappa del Mortirolo al Giro 2015. Noi siamo sempre uno accanto all’altro, sia in strada che in camera. Sulla discesa dell’Aprica, Alberto buca e io gli do la mia ruota. Nel mentre, due o tre squadre approfittano della situazione e attaccano con zero fair play. Lui perde più di un minuto e si mette a in­seguire da lì fino all’arrivo. Lui arriva stremato, io 20 minuti dopo".


C: "Fu una delle tappe fisicamente più difficili della mia vita, che sforzo andare a riprendere tutti dopo la foratura! Dopo il podio continuavo a vomitare".


B: "Una volta in camera, sapevo che Al­berto era arrabbiatissimo, ma noi eravamo abituati sempre e comunque a parlare di quanto accaduto in gara. Cer­to, non potevo dirgli le solite cose per provare a consolarlo. Per un po’ non volò una mosca, eravamo stesi sui letti, lui voltato dall’altra parte. Prima o poi uno doveva rompere il silenzio. Fu lui: “Bassotto, te lo dico: hanno svegliato la bestia. Domani li ammazziamo tutti”.


C: "Il giorno dopo in realtà fu una tap­pa tranquilla, ma l’indomani c’era una salita durissima a 40 chilometri dall’arrivo, il Monte Ologno. Ri­cordo che qualcuno cadde. Beh, diedi ol­tre un minuto a Lan­da e Aru che mi se­gui­vano in classifica. Quei giorni hanno unito ancora di più me e Ivan: condividendo il duro lavoro abbiamo capito di avere un carattere si­mile, perfezionista e ambizioso. Lui per me è davvero un fratello".

 

 

 

 

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29/02/2020
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