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Ivan Basso Daily Blog

Coppa d’Oro, un papà speciale, con le idee tanto chiare…

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Di Enzo Vicennati, bici.pro
 
 
Borgo Valsugana, un’ora alla partenza della Coppa d’Oro. A Trento i professionisti si preparano per il via degli europei. Lo speaker chiama e presenta i quasi 400 allievi venuti da tutta Italia e da qualche angolo d’Europa per la classica più bella. Ai piedi del palco, Ivan Basso dà le ultime dritte a suo figlio Santiago, che corre con la maglia della Bustese. La Coppa torna dopo il Covid grazie al coraggio del Veloce Club Borgo e del suo presidente Stefano Casagranda. È mancato qualcosa nelle celebrazioni della vigilia, ma la piazza è il solito ribollire di sguardi nervosi e gambe guizzanti.
 
"Sono qui in triplice veste – ha detto Basso poco fa al microfono – come padre, come ex vincitore di questa corsa nel lontano 1993 e come dirigente sportivo". Impossibile sottrarsi alla curiosità, mentre a turno i tifosi di ieri e di oggi chiedono di farsi la foto, sotto lo sguardo divertito di suo figlio Levante, che sta un passo indietro. Lui di correre al momento non ha troppa voglia, però ha chiesto al padre che scuole si debbano scegliere per fare il mestiere di Stefano Zanatta…

 

 

- Quando sentisti parlare per la prima volta di questa corsa?

 

Quando ero esordiente di secondo anno. Questa è la corsa che inizia a proiettarti nella lista dei predestinati. Non è cruciale per la carriera, ma da qui si comincia a tracciare una linea particolare. Erano le prime trasferte, le prime volte che con la squadra si andava in un albergo. E poi ovviamente il contesto. Nelle categorie giovanili, la maggior parte delle gare si fa nella provincia, quella era la prima volta che anche andavo fuori regione.

 

 

- Tanta emozione?

 

C’erano delle emozioni particolari. L’albo d’oro e la storia di questa corsa fanno alzare la tensione, era la prima volta che sentivo quel dolore allo stomaco da prestazione. Prima si andava la Sagra del Brinzio a Varese, insomma…

 

 

- Cosa ricordi di Ivan Basso da allievo?

 

Ero pieno di ricci (ride, ndr)! Ivan basso allievo era già un ragazzo che sognava di diventare un ciclista professionista. Dopo la vittoria in questa gara, sono iniziati i primi articoli sui giornali, le prime attenzioni particolari nei tuoi confronti, soprattutto le squadre che ti cercavano. I primi soldini. Significava anche che arrivavo nella categoria juniores dove potevo già vestire l’azzurro. Il passaggio più emozionante dopo aver vinto la Coppa d’Oro fu vestire la maglia azzurra da junior.

 

 

- Si corre per il proprio direttore sportivo, ma cosa significò vincerla?

 

C’era l’orgoglio di diventare un ciclista professionista. Facendo un piccolo parallelo con oggi, la categoria allievi era gestita con le metodologie di allora. In questo momento c’è stata un’evoluzione anche nelle categorie giovanili, ma non sempre se c’è troppa esasperazione la crescita del giovane continua con lo stesso trend. Una volta questa era considerata un momento di passaggio nella crescita, non uno spartiacque.

 

 

- Quanto è diverso oggi?

 

Premetto che non mi intrometto e con Santiago parlo di tutto fuorché di ciclismo. È Dario Andriotto che si occupa del settore giovanile e anche di mio figlio, ma ritengo che fra i giovanissimi e gli juniores ci siano società che lavorano bene e altre che hanno probabilmente delle aspettative troppo alte per quella categoria. 

 

 

- Basta guardare le bici con cui corrono…

 

Però io non sono d’accordo che un allievo debba avere una bicicletta come quella che usa Fortunato al Giro d’Italia. Ritengo che sia una categoria dove ci vuole il buon senso. Sono ragazzi di 15 anni, devono allenarsi, imparare a mangiare. Ogni anno devi crescere un po’, a questa età è un controsenso dare tutto al massimo. Porto l’esempio di Santiago…

 

 

- Prego…

 

Tu non puoi trattare Santiago come un under 23, quando poi lo vedi che un minuto dopo la gara, si mette a giocare a nascondino coi suoi fratelli di sei e dieci anni. Non hanno ancora la capacità e la tenuta psicologica. Per cui puoi mettergli dei tubolari velocissimi e gli ingranaggi più belli, ma non cambia niente. Questa è un’età secondo me dove bisogna ancora lasciare libertà e la possibilità di fare altri sport. Ci sono atleti che iniziano a correre 17-18 anni che magari hanno qualche difficoltà nel gruppo, ma a livello di forza ne hanno di più e fanno risultato meglio di chi magari ha iniziato da giovanissimo.

 

 

- Santiago aveva le tue stesse emozioni venendo a Borgo?

 

Le stesse. Qual è il genitore appassionato di ciclismo che non ha l’ambizione che suo figlio possa fare il ciclista? Però tutto a suo tempo. Sono convinto che se deve arrivare, arriverà.

 

 

- Come vi regolate con i ragazzi che escono da squadre un po’ troppo… spinte?

 

Non li prendiamo. Perché comunque i nostri responsabili dello scouting sono ex atleti, persone che hanno corso con me e sanno distinguere. Per evitare questo problema stiamo cercando di creare una filiera, non una filiera unica perché altrimenti sarebbe penalizzante per le altre società, creando dei gemellaggi con società satelliti. Tant’è vero che stiamo già prendendo ragazzi di 15-16 anni da inserire nelle nostre squadre, ad esempio i due gemelli Bessega. E seguiamo bene tutto. Andriotto oggi è al Buffoni e io sono qua. Ma vorrei aggiungere una cosa…

 

 

- Quale?

 

La stragrande maggioranza lavora nel modo giusto, non è tutto sbagliato. Però cercare il risultato e l’esasperazione nella categoria allievi, poi negli junior e anche negli under 23 fa dei grossi danni. Perché comunque non hanno la testa per sopportare i carichi di lavoro o diete particolari. Non hanno la testa per sopportare la pressione e soprattutto devono imparare a perdere. Quindi rischi che a spingere sul fatto che devono vincere le corse, poi non sanno usare il cambio, non sanno frenare, non sanno dare i cambi, non sanno fare una doppia fila, fanno le volate con le mani alte…

 

 

- Tu sei sempre stato molto attento alla preparazione, daresti loro il misuratore di potenza?

 

No! Ritengo che il misuratore di potenza inizi a dare delle indicazioni utili al secondo anno da e solo in allenamento. Sono d’accordo con l’intervista che ha fatto Andrea Morelli. È il cardiofrequenzimetro la vera innovazione. Perché con il cuore l’atleta dovrebbe iniziare a capire e ad ascoltare il proprio corpo. Perché la vera differenza non sarà quanti watt hai al chilo. Quello che fa la differenza tra il campione il corridore normale è la capacità di andare oltre con la testa. Vince chi sa soffrire di più e che basta tener duro ancora un po’. Sono le cose che non insegni, che il corridore impara da sé.

 

 

 

 

@IBdailyblog



12/09/2021
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