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Ivan Basso, chiamatelo manager: "Pazienza, dedizione, sacrificio"

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Intervista di Davide Bernardini, Bicisport
 
 
Che il rapporto con Alberto Contador potesse tramutarsi in qualcosa di serio e duraturo, Ivan Basso lo capì praticamente subito. Le loro ambizioni di classifica nelle grandi corse a tappe non si erano praticamente mai scontrate: quando c’era uno non c’era l’altro, e viceversa. Ora per scelte individuale, ora per scelte della squadra, ora per le squalifiche che in momenti diversi hanno colpito le loro carriere. I due, che si sono sempre stimati, si sono conosciuti una volta per tutte nel 2015 alla Tinkoff-Saxo. Contador era il capitano e per tornare a vincere il Tour aveva voluto al suo fianco proprio Basso, un luogotenente d’eccezione.
 
- E poi cos’è successo, Ivan?
 
È durata poco, nel senso che si trattò della mia ultima stagione tra i professionisti. Al Tour incappai in quella caduta che, dopo accurate analisi, mi fece scoprire d’avere un tumore ai testicoli, fortunatamente ancora nella primissima fase. Mi ritirai dalla Boucle e non partecipai a nessun’altra corsa, ufficializzando il ritiro alla fine di quell’anno. Ma credo che mi sarei ritirato lo stesso, sentivo d’aver dato tutto e di non avere rimpianti.
 
 
- Cosa successe con Contador?
 
A quel Tour arrivò quinto, ma tra noi due si stabilì subito una grande sintonia. La nostra fortuna fu quella di conoscerci nell’ultima parte delle nostre carriere, dopo i grandi successi e le grandi difficoltà sportive e umane rappresentate dalle squalifiche. S’incontrarono due uomini, ancor prima che due atleti. Io, più grande di lui di cinque anni, ne avevo già compiuti 37, lui invece 32.
 
 
- Cosa ti colpisce maggiormente di lui?
 
Ogni giorno, quando si sveglia, lui si dimentica di essere Alberto Contador. È uno di noi, una persona come tutte le altre, una sorta di neoprofessionista: si occupa della squadra, si occupa del nostro marchio di bici (Aurum, ndr), prova i mezzi, propone, parla coi clienti. Lavora dalla mattina alla sera con un’intensità e una disponibilità uniche, è il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene.
 
 
- Come immaginavi allora il tuo futuro?
 
In un primo momento diciamo anche che sono andato per esclusione. Non m’interessava fare il commentatore né tantomeno rimanere a bagnomaria nel ciclismo con un ruolo non ben definito. Non volevo nemmeno passare una vita a raccontare chi era stato e cosa aveva vinto Ivan Basso: più passava il tempo e più mi trovavo in imbarazzo nel farlo, gli anni passano e inevitabilmente sbiadisce tutto quello che appartiene al passato. Col tempo capii che le personalità che mi affascinavano di più erano quelle che, dopo una brillante carriera come sportivi, diventavano manager di successo.
 
 
- Facciamo qualche nome.
 
Luca Guercilena, per rimanere al ciclismo. Prima di avviare la squadra giovanile con Contador, ho fatto parte della Trek-Segafredo e lavorare a stretto contatto con Guercilena mi ha insegnato molto. Preparato, apprezzato, pieno di idee: un riferimento, insomma. Ma non volevo buttarmi all’arrembaggio: così ho partecipato a dei corsi, ho studiato molta teoria e poi sono passato alla pratica, andando a vedere come lavoravano alcuni allenatori di calcio.
 
 
-Quali?
 
Montella, Inzaghi, Gattuso, Mihajlovic. Ovviamente Sacchi, una figura imprescindibile quando si parla di coraggio e inventiva nel mondo dello sport. E mi piace molto il percorso che ha seguito Leonardo: ottimo giocatore, poi allenatore di Inter e Milan, infine uomo di fiducia della proprietà qatariota del Paris Saint-Germain.
 
 
- Da quest’anno la vostra formazione, la Eolo-Kometa, fa parte delle Professional e parteciperà al Giro d’Italia. Dove volete arrivare?
 
Dove meriteremo di arrivare. Volete che dica che puntiamo al World Tour? Posso anche farlo, ma non corrisponderebbe alla verità. Il nostro progetto, che con l’ingresso di Eolo è diventato interamente italiano a tutti gli effetti, è a medio-lungo termine. Ma siamo consapevoli che i soldi e i grandi sponsor non bastano da soli a sopravvivere nel ciclismo. Per questo dire che puntiamo al World Tour ha poco senso: ad oggi non lo meritiamo.
 
 
- Nel World Tour, tra l’altro, continua a mancare una formazione italiana. Come si può uscire da questa impasse?
 
Non piangendosi addosso, smettendola di evidenziare una realtà palese e provando a cambiarla. Io chi si alza la mattina e passa tutto il giorno a dire "c’è crisi" non lo sopporto. Rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare, piuttosto. Il ciclismo è passione, senz’altro, ma non si può chiedere ad un grande industriale, per quanto appassionato, di suonare al campanello di un manager con 20 milioni di euro in mano per allestire una squadra che valga il World Tour.
 
 
- Allora la questione devono prenderla in mano i manager.
 
Assolutamente sì, dobbiamo essere noi a realizzare progetti interessanti e a saperli presentare nella giusta maniera agli investitori. Il ciclismo non è né beneficienza, non si può chiedere a qualcuno d’investire milioni e milioni di euro a fondo perduto.
 
 
- Cosa significa per te essere un manager?
 
Io credo che il dualismo tra direttore sportivo e team manager continui ad esistere soltanto nel ciclismo. Mi sembra strano, insomma, che ci sia una figura dedicata interamente all’ammiraglia e un’altra concentrata unicamente sulla parte imprenditoriale. Un manager, per me, deve avere in mano tutta la baracca e assegnare ai vari ruoli le migliori personalità. Ecco cosa intendo.
 
 
- Federazione, nazionale italiana, Giro d’Italia: può darsi che nel tuo futuro tu possa far parte di una di queste realtà?
 
Ad ora dico di no, il progetto della Eolo-Kometa mi coinvolge talmente tanto che non m’interessa nemmeno pensare più di tanto al resto. A me fa piacere tutta questa considerazione, ma io fino a prova contraria come dirigente sportivo ho ancora tutto da dimostrare. Intanto lasciatemi lavorare con calma con questo stupendo gruppo. Cresceremo con calma, da questo punto di vista la prima parte di questa stagione è stata indicativa. Ma io credo soltanto in quello che matura con pazienza, dedizione e sacrificio.
 
 
- L’emblema, probabilmente, è Alessandro Fancellu, un grande talento nel quale credete molto ma che, tuttavia, in questi mesi non ha brillato.
 
Hai centrato perfettamente la questione. Abbiamo almeno tre o quattro giovani interessanti oltre a Fancellu, ma non voglio fare altri nomi, più che delle individualità preferisco parlare del progetto. Alessandro è un predestinato, l’ho sempre detto, ma questo non significa che abbia la strada spianata: anzi, se vuole vincere dovrà impegnarsi più di tutti gli altri. Non lo porteremo al Giro, ad esempio, perché nella prima parte della stagione non ha dato i segnali che ci aspettavamo. Ma la mia fiducia in lui rimane altissima.
 
 
- Andrà alla Trek il prossimo anno?
 
C’è un accordo, ma da entrambe le parti l’unica volontà è quella di pensare al bene del ragazzo: se dimostrerà di valere il grande salto, allora andrà alla Trek; altrimenti troveremo un’altra soluzione. Come dicevo prima, io e Luca Guercilena siamo in buonissimi rapporti. Fancellu dovrà mettersi in mostra, come dicevo proprio qualche giorno fa ai corridori che andranno al Giro.
 
 
- Ovvero?
 
Che nel testa a testa con le formazioni del World Tour ne usciremo sempre a pezzi. Dovremo avere più coraggio, più inventiva, più immaginazione e più disponibilità al sacrificio di tutte le altre squadre. Nel ciclismo il talento conta tantissimo, ma guai a sottovalutare l’improvvisazione: è forse l’unica arma a disposizione per battere i più forti.
 
 
 
 
@IBdailyblog


11/05/2021
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