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Ivan Basso: "Crescita in tre anni"

 

 

Intervista di Damiano Franzetti, Tuttosport

 

 

"C’è una cosa che non mi sentirete dire, o che non amo ascoltare quando parlo con un corridore. Frasi come "l’obiettivo è fare una bella stagione" oppure "vogliamo essere protagonisti" non mi appartengono e non devono fare parte del linguaggio della mia squadra. Gli obiettivi devono essere quantificabili, tracciati e rispettati. Quali saranno quelli del 2021 per la Eolo-Kometa? Il 7 dicembre iniziamo un ritiro a Oliva in Spagna, in quella occasione li dirò chiaramente ai nostri corridori ricordando a tutti che siamo tra i professionisti e dobbiamo competere con il ciclismo che conta. Se poi sarà possibile alzare ancora di più l’asticella, tanto meglio".

 

Ivan Basso, 43 anni appena compiuti, si è gettato anima e corpo in un progetto che ha ormai preso forma: trasformare la squadra creata dalla Fondazione di Alberto Contador in un team professional di licenza italiana che da gennaio proverà a dare battaglia in tutte le corse nelle quali troverà spazio. Con sponsor solidi e con un progetto almeno triennale per inseguire il sogno del Giro d’Italia, facendo però un passo per volta. Nessuna follia di mercato e la voglia di costruire una formazione adatta alla categoria ma anche in grado di cominciare presto a fare risultato. La nuova Eolo Kometa prende il marchio dei due principali finanziatori che arrivano dalle "terre di Ivan": il Varesotto per Eolo, azienda fondata da Luca Spada che si occupa di connettività, e la Valtellina (la famiglia materna è di Bianzone) per Kometa, marchio alimentare della famiglia Pedranzini che era già sponsor dell’attuale team Continental di matrice spagnola, da cui gemmerà la nuova compagine Professional.

 

 

- Ivan, che squadra vedremo con i colori della nuova Eolo Kometa?

 

Un gruppo con elementi già pronti per la categoria che però, prima di tutto, è formata da persone che hanno creduto nel nostro progetto, che non hanno avuto dubbi e che sono davvero pronti  a mettersi a disposizione per la "maglia". Credetemi: le trattative sono state brevissime. Abbiamo preso uomini di esperienza come Belletti e Gavazzi, qualche corridore che ha già esperienze importanti (Ravasi, Pacioni, Frapporti, Albanese) e diversi giovani interessanti, pronti a crescere. Peccato sia sfumato il primo incontro a Varese: l’inizio degli allenamenti quindi si è svolto a distanza ma tutti sono già al lavoro con il proprio programma personale.

 

 

- Chi sarà il capitano? A prima vista non c’è un nome che si imponga davanti agli altri.

 

Il vero capitano della Eolo Kometa sarà il team stesso. Siamo una squadra nuova che dovrà mostrare una identità ben precisa: io che l’ho costruita ce l’ho ben chiara in mente. Siamo un mix ragionato: ai più esperti non chiedo di fare i diesse in corsa, voglio che portino il loro modo di fare ciclismo - solido ed esperto - che è per forza di cose differente da quello dei ventenni. E quest’ultimi, a loro volta, sono chiamati a garantire entusiasmo e freschezza. Ho imparato questa cosa anche studiando certe logiche aziendali: persone di generazioni differenti rendono in modo diverso, il loro bilanciamento favorisce tutto il gruppo.

 

 

- Intanto, in ammiraglia, ha richiamato un suo vecchio direttore, quello Stefano Zanatta con cui ha vinto il Giro 2010 in maglia Liquigas.

 

La filosofia è la stesa seguita nella scelta degli atleti. Zanatta, con cui ho corso tanto, e Yates con cui ha corso Contador porteranno esperienza, Dario Andriotto e Jesús Hernández invece garantiscono gioventù, entusiasmo, idee nuove. 

 

 

- In un momento non certo florido, ha convinto due sponsor a seguire questo progetto. Come mai oggi in Italia si fa così tanta fatica? E come avete fatto a legare Eolo e Kometa a un progetto di tre anni?

 

Al posto di chiederci perché le aziende faticano a sponsorizzare il ciclismo, abbiamo intrapreso una strada differente. Abbiamo lavorato per trovarli, portando progetti credibili, incontrandoli per presentarli: è un percorso che ha bisogno di tempo nel quale, personalmente, ho imparato a conoscere meglio le imprese. Ho capito una cosa: non serve a molto parlare dello spazio sulla maglia, dei minuti in televisione o dei "likes" su Instagram. Le aziende di un certo livello sono già pronte, conoscono già questi meccanismi e sono aggiornate in tempo reale. Invece è più utile studiare quella realtà e capire cosa e quanto possa fare il ciclismo possa fare per loro. La sponsorizzazione deve avere un ritorno, ma deve anche essere un investimento a 360 gradi: con Eolo e Kometa abbiamo appunto raggiunto accordi più larghi. 

 

 

- Che comprendono anche la creazione di una sede del team all’interno delle aziende. 

 

Esatto: a Busto Arsizio, nel Campus di Eolo, ci sarà il nostro quartier generale. Uno spazio dove tornare dopo le corse, godere delle vittorie e ragionare quando le cose vanno male. Insomma, quello che è la Continassa per la Juventus o Milanello per il Milan. Lì si respireranno anche i valori dell’azienda e la squadra farà parte appieno di quel mondo. Poi c’è anche qualcosa di più romantico: io e Luca Spada (fondatore e CEO dei Eolo) siamo varesini e lui aveva ben chiaro quello che fu la "Casa dello Sport" della Ignis voluta tanti anni fa da Giovanni Borghi a Comerio, accanto ai suoi stabilimenti. Allo stesso modo andrà con Kometa, perché in estate il nostro Campus si sposterà a Bormio, in Valtellina, dove ha sede lo sponsor e dove ci sono le radici delle grandi salite come lo Stelvio, il Gavia, o il Mortirolo. L’essenza del nostro sport.

 

 

- Scendiamo un po’ di più sul piano personale: dopo quasi vent’anni da professionista è sceso di sella e ha ricominciato una carriera nel mondo del suo ciclismo. Cosa l’ha indotta a compiere questa scelta?

 

Quando ero corridore ho sempre ammirato molto quegli sportivi che, dopo una carriera ricca di soddisfazioni, sono stati capaci di archiviare la loro prima vita e di imparare un altro mestiere sempre nel loro campo. Allenatori, direttori sportivi, manager: figure che mi affascinano. Ecco, vorrei seguire quelle tracce: cominciare a conoscere un nuovo lavoro sfruttando quei valori appresi e consolidati da corridore. Capacità di mettere un obiettivo nel mirino, tenacia, voglia di fare fatica. Io credo che il ciclismo, ma in generale tutto lo sport, sia una grande palestra di vita.

 

 

- Sul finire della carriera lei ha dovuto anche fare i conti con il tumore. Ora come sta?

 

Bene: ho superato il controllo dei cinque anni che era un passaggio importante nel percorso di guarigione. Adesso mi piace ricordare a tutti l’importanza della prevenzione. Mangiare bene, condurre una vita sana, dormire il giusto ed effettuare controlli periodici sono tutte cose fondamentali sia per stare bene sia per contrastare, eventualmente, la malattia. 

 

 

 

 

@IBdailyblog



29/11/2020
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